Il senso di un sito web dovrebbe essere quello di possedere uno spazio accessibile a chi lo desidera per condividere esperienze, emozioni, idee nel contesto di una comunicazione nuova che viaggia nell’etere e riesce a raggiungere orizzonti lontani. Naturalmente l’intento per me è quello di diffondere la cultura positiva dei valori umani non negoziabili in sintonia sì con il progresso, ma anche con la crescita autentica di un mondo frastornato da conquiste tecnologiche e da un liberismo straripante. Un intento che non disconosce il rischio di una siffatta comunicazione che escludendo la relazione intesa come incontro fisico potrebbe evocare la suggestione di poter fare a meno di esso in ogni caso. Nulla di più sbagliato.

Ho prediletto sempre il color seppia e ne faccio uso perfino nel mio ricettario personale e nelle mie prescrizioni. Lo estendo anche qui in queste mie pagine web. Non so perché. Ma forse per essere un colore che sa di antico ho la sensazione che esso possa servire a tenermi ancorato alla mia tradizione e ai valori trasmessi a me dai nonni e dai genitori. Un saldo ancoraggio a fronte dell’inquietudine e del turbamento dell’uomo di oggi.

Mi pare poter dire che il mio percorso professionale fin qua sembra scandito dalle mie tre pubblicazioni.

Dopo un decennio di attività come direttore del servizio tossicodipendenze di Isernia avevo creduto opportuno condensare in una prima pubblicazione una sintesi dell’attività svolta, che in fondo vedevo coincidente con la progressiva diffusione del fenomeno in provincia di Isernia. Ne era venuto fuori un libro-documento sulle storie di droga che si erano succedute partendo da un territorio inizialmente immune, che col tempo aveva purtroppo visto cadere quei fattori protettivi che l’avevano reso fin là sostanzialmente incontaminato. Storie spesso drammatiche che segnavano appunto la tracimazione di quel fiume vorticoso della cultura contemporanea del disimpegno e della perdita dei valori fino alle più remote periferie.

Il secondo “impegno letterario” mi aveva portato a scrivere la storia di Giulio, una storia di perdizione che alla fine esitava in una piena riabilitazione. E avevo trovato suggestivo immettere tra le pieghe di quella storia momenti reali della mia storia personale. Quasi uno sforzo di voler comparare il contesto socio-culturale di due differenti generazioni, la mia e quella di Giulio, per poter evidenziare quali fossero stati i mutamenti responsabili della deriva etica che la tossicodipendenza esprimeva. Intensa la suggestione dei ricordi della mia infanzia e particolarmente di quel bambino con il grembiulino nero e il fiocco azzurro, immagine di tempi ormai perduti per sempre.

Non potevo, infine, tacere sulla mia attività clinica di psichiatra, impegno che assolvo ancora adesso. E’ nata così la mia terza pubblicazione. Mi sembrava profondamento sbagliato non partecipare a chi mi avrebbe letto almeno qualche piccolo spaccato della inenarrabile esperienza dell’incontro con il paziente psichiatrico. Ma certo non l’avrei fatto per un narcisismo miope e stupido. Avvertivo il bisogno morale di comunicare a tutti i gravi rischi della cultura dell’onnipotenza. Questa cultura che oggi ci sovrasta e crea disagi notevoli, quando non franca patologia psichiatrica e profonde turbe comportamentali. Un messaggio rivolto particolarmente ai giovani, e soprattutto ai nativi digitali. Con la speranza di poter credere in un futuro migliore.

Non so il tempo che mi resta. Ma vorrei tanto scrivere di qualche storia edificante che possa sostenere questa speranza che, ci auguriamo, non si spenga mai.

Domenico Barbaro