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  Vorrei che questa mia modesta pubblicazione giungesse tra le mani di tanti giovani di oggi. Ho raccontato la mia e la loro storia. Certamente non mi sento di essere alla ricerca di un successo editoriale. No. Ho proposto semplicemente una testimonianza. In fondo, una storia di droga diversa da molte altre storie. Una storia che apre decisamente alla speranza. 

  Volutamente non ho steso alcuna lista di elementi che potrebbero essere definiti causali nel determinismo della tossicodipendenza, del disagio giovanile, della depressione, dei gravi disturbi comportamentali che oggi la cronaca ci racconta, rispetto ad altri elementi che potevano risultare protettivi ai tempi di quel ragazzo di Calabria. Ho pensato che tra le righe ognuno autonomamente possa scorgere quale maledetto processo evolutivo si sia instaurato nel tempo. Forse su quei franosi dirupi delle montagne di Aspromonte e su quelle ardite vette delle Mainarde e del Matese c’è scritta la storia di un tempo lontano e la storia di un tempo recente che sembra si somiglino poco. Il mondo è davvero cambiato tanto in pochi decenni. Nella forza di questo cambiamento si annida forse provvidenzialmente la speranza di aprirsi a un mondo nuovo in cui la scienza ed il progresso tecnologico non rubino nulla al mondo dei sentimenti e delle emozioni. E non sottraggano nulla, cosa più importante, all’intuizione intima e irriducibile di una dimensione trascendente che dia un senso anche agli eventi più distruttivi e più tragici del nostro tempo. Ma questo attiene oggi solo alla speranza.

  In un mondo così laico e così inquieto mi sembra davvero autentica ed attuale la disperata invocazione poetica di Giorgio Caproni: “Dio di volontà, Dio onnipotente, cerca (sforzati), a furia d’insistere, almeno, d’esistere.

Domenico Barbaro